Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/223

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Augusta aveva tanto da fare nella sua nuova casa e nella sua vecchia famiglia ove la chiamavano per farsi aiutare nell’assistenza al padre malato, che non vi pensò più. Ma la mia idea era stata perciò veramente buona.

Il Copler però riseppe da Augusta che io l’avevo avvertita della nostra visita e anche lui dimenticò perciò le qualità ch’egli aveva attribuite al malato immaginario. Mi disse in presenza di Augusta che di lì a poco tempo avremmo fatta un’altra visita a Carla. Mi concedeva la sua piena fiducia.

Nella mia inerzia subito fui preso dal desiderio di rivedere Carla. Non osai correre da lei temendo che il Copler avesse a risaperne. I pretesti però non mi sarebbero mica mancati. Potevo andare da lei per offrirle un aiuto maggiore ad insaputa del Copler, ma avrei dovuto prima essere sicuro che, a proprio vantaggio, ella avrebbe accettato di tacere. E se quell'ammalato reale fosse già l’amante della fanciulla? Io, degli ammalati reali, non sapevo proprio niente e poteva essere benissimo che avessero il costume di farsi pagare dagli altri le loro amanti. In quel caso sarebbe bastata una sola visita a Carla per compromettermi. Non potevo mettere a pericolo la pace della mia famigliuola; ossia: non la misi a pericolo finchè il mio desiderio di Carla non ingrandì.

Ma esso ingrandì costantemente. Già conoscevo quella fanciulla molto meglio che non quando le aveva stretta la mano per congedarmi da lei. Ricordavo specialmente quella treccia nera che copriva il suo collo niveo e che sarebbe stato necessario di allontanare col naso per arrivare a baciare la pelle ch’essa celava. Per stimolare il mio desiderio bastava io ricordassi che su un dato