Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/238

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Seguì un pomeriggio incantevole riempito dal nostro affetto. Nella solitudine la mia coscienza era più seccante. La parola e l’affetto di Augusta valevano a calmarla. Uscimmo insieme. Poi l’accompagnai da sua madre e passai anche tutta la serata con lei.

Prima di mettermi a dormire, come m’avviene di spesso, guardai lungamente mia moglie che già dormiva raccolta nella sua lieve respirazione. Anche dormendo essa era tutta ordinata, con le coperte fino al mento e i capelli non abbondanti riuniti in una breve treccia annodata alla nuca. Pensai: «Non voglio procurarle dei dolori. Mai!» Mi addormentai tranquillo. Il giorno seguente avrei chiarita la mia relazione con Carla e avrei trovato il modo di rassicurare la povera fanciulla sul suo avvenire, senza perciò essere obbligato di darle dei baci.

Ebbi un sogno bizzarro: Non solo baciavo il collo di Carla, ma lo mangiavo. Era però un collo fatto in modo che le ferite ch’io le infliggevo con rabbiosa voluttà non sanguinavano, e il collo restava perciò sempre coperto dalla sua bianca pelle e inalterato nella sua forma lievemente arcuata. Carla, abbandonata fra le mie braccia, non pareva soffrisse dei miei morsi. Chi invece ne soffriva era Augusta che improvvisamente era accorsa. Per tranquillarla le dicevo: «Non lo mangerò tutto: ne lascerò un pezzo anche a te».

Il sogno ebbe l’aspetto di un incubo soltanto quando in mezzo alla notte mi destai e la mia mente snebbiata potè ricordarlo, ma non prima, perchè finchè durò, neppure la presenza di Augusta m’aveva levato il sentimento di soddisfazione ch’esso mi procurava.

Non appena desto, ebbi la piena coscienza della for-