Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/244

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allontanarmene più che fosse possibile, cioè fino da Carla. In quella casa e non per la prima volta (così mi pareva) mi sospettavano di congiurare bassamente ai danni di Guido. Innocentemente e in piena distrazione io avevo parlato di quel podere che si trovava nell’Argentina, e Giovanni subito aveva interpretate le mie parole come se fossero state meditate per danneggiare Guido presso suo padre. Con Guido mi sarebbe stato facile di spiegarmi se fosse abbisognato: con Giovanni e gli altri, che mi sospettavano capace di simili macchinazioni, bastava la vendetta. Non che io mi fossi proposto di correre a tradire Augusta. Facevo però alla luce del sole quello che desideravo. Un visita a Carla non implicava ancora niente di male ed anzi, se io da quelle parti mi fossi imbattuto ancora una volta in mia suocera e se essa mi avesse domandato che cosa io fossi andato a farvi, le avrei subito risposto:

— Oh bella! Vado da Carla! — Fu perciò quella la sola volta che andai da Carla senza ricordare Augusta. Tanto mi aveva offeso il contegno di mio suocero!

Sul pianerottolo non sentii echeggiare la voce di Carla. Ebbi un istante di terrore: che essa fosse uscita? Bussai e subito entrai prima che qualcuno me ne avesse dato il permesso. Carla v’era bensì, ma con lei si trovava anche sua madre. Cucivano assieme in un’associazione che potrà essere frequente, ma che io mai prima avevo vista. Lavoravano ambedue allo stesso grande lenzuolo, ai suoi lembi, una molto lontana dall’altra. Ecco ch’io ero corso da Carla e arrivavo a Carla accompagnata dalla madre. Era tutt’altra cosa. Non si potevano attuare nè i buoni nè i cattivi propositi. Tutto continuava a restare in sospeso.

SVEVO — La coscienza di Zeno — 16