Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/249

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atteggiamento ch’io adoro forse perchè amo il sesso debole in proporzione dirotta della sua debolezza. Per la prima volta essa mi raccontò d’aver risaputo dal Copler ch’io amavo tanto mia moglie:

— Perciò — aggiunse, ed io vidi passare sulla sua bella faccia l’ombra del proposito serio, — fra noi due non ci può essere che una buona amicizia e niente altro.

Io a quel proposito tanto saggio non credetti molto perchè quella stessa bocca che lo esprimeva non sapeva neppur allora sottrarsi ai miei baci.

Carla parlò lungamente. Voleva evidentemente destare la mia compassione. Ricordo tutto quello ch’essa mi disse e cui credetti solo quando essa sparì dalla mia vita. Finchè l’ebbi accanto, sempre la paventai come una donna che prima o poi avrebbe approfittato del suo ascendente su di me per rovinare me e la mia famiglia. Non le credetti quand’essa m’assicurò che non domandava altro che di essere sicura della propria e della vita della madre. Ora lo so con certezza ch’essa mai ebbe il proposito di ottenere da me più di quanto le occorresse, e quando penso a lei arrossisco dalla vergogna di averla compresa e amata tanto male. Essa, poverina, non ebbe nulla da me. Io le avrei dato tutto, perchè io sono di quelli che pagano i proprii debiti. Ma aspettavo sempre che me lo domandasse.

Mi raccontò dello stato disperato in cui s’era trovata alla morte di suo padre. Per mesi e mesi lei e la vecchia erano state obbligate a lavorare giorno e notte a certi ricami che venivano commessi loro da un mercante. Ingenuamente essa credeva che l'aiuto dovesse venire dalla provvidenza divina tant’è vero che talvolta per ore era rimasta alla finestra per guardare sulla via