Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/251

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Decisi di conquistarmi la sua stima e dissi delle parole che dovevano dolermi come il ricordo di un crimine vigliacco, come un tradimento commesso per libera elezione, senza necessità e senza nessun vantaggio.

Ero quasi alla porta e con l’aspetto di persona serena che a malincuore si confessi, dissi a Carla:

— Il Copler le ha raccontato dell’affetto ch’io porto a mia moglie. E’ vero: io stimo molto mia moglie.

Poi le raccontai per filo e per segno la storia del mio matrimonio, come mi fossi innamorato della sorella maggiore di Augusta che non aveva voluto saperne di me perchè innamorata di un altro, come poi avessi tentato di sposare un’altra delle sue sorelle che pure mi respinse e come infine mi adattassi di sposare lei.

Carla credette subito nell'esattezza di questo racconto. Poi seppi che il Copler ne aveva appreso qualche cosa a casa mia e le aveva riferito dei particolari non del tutto veri, ma quasi, ch’io avevo ora rettificato e confermato.

— E’ bella la sua signora? — domandò essa pensierosa.

— Secondo i gusti. — dissi io.

C’era qualche centro proibitivo che agiva ancora in me. Avevo detto di stimare mia moglie, ma non avevo mica ancora detto di non amarla. Non avevo detto che mi piacesse, ma neppure che non potesse piacermi. In quel momento mi pareva di essere molto sincero; ora so di aver tradito con quelle parole tutt’e due le donne e tutto l’amore, il mio e il loro.

A dire il vero non ero ancora tranquillo; dunque mancava ancora qualche cosa. Mi sovvenni della busta dai buoni propositi e l’offersi a Carla. Essa l’aperse e