Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/254

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dole tutto mi sarei messo sotto la sua protezione e sotto la sua sorveglianza. Sarebbe stato un atto di tale decisione che allora in buona fede avrei potuto segnare la data di quel giorno come un avviamento all’onestà e alla salute.

Si parlò di molte cose indifferenti. Cercai di essere lieto, ma non seppi neppur tentare di essere affettuoso. A lei mancava il fiato; certo aspettava una spiegazione che non venne.

Poi essa andò a continuare il suo grande lavoro di riporre i panni d’inverno in armadi speciali. La intravvidi spesso nel pomeriggio, tutta intenta al suo lavoro, là, in fondo al corridoio lungo, aiutata dalla fantesca. Il suo grande dolore non interrompeva la sua sana attività.

Inquieto, passai spesso dalla mia stanza da letto alla camera da bagno. Avrei voluto chiamare Augusta e dirle almeno che l’amavo perchè a lei — povera sempliciona! — questo sarebbe bastato. Ma invece continuai a meditare e a fumare.

Passai naturalmente per varie fasi. Ci fu persino un momento in cui quell’accesso di virtù fu interrotto da mia viva impazienza di veder arrivare il giorno appresso per poter correre da Carla. Può essere che anche questo desiderio fosse stato ispirato da qualche buon proposito. In fondo la grande difficoltà era di poter, così solo, impegnarsi e legarsi al dovere. La confessione che m’avrebbe procurata la collaborazione di mia moglie era impensabile; restava dunque Carla sulla cui bocca avrei potuto giurare con un ultimo bacio! Chi era Carla? Nemmeno il ricatto era il massimo pericolo che con lei correvo! Il giorno appresso essa sarebbe stata la mia amante: