Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/260

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minuire l’importanza della sua dedizione. Anche il più sordo fra gli uomini sa che non si può fare una cosa simile, per quanto tutti sappiano che non c’è confronto fra l’importanza di quella dedizione prima che avvenga e immediatamente dopo. Sarebbe una grande offesa per una donna, che aperse le braccia per la prima volta, sentirsi dire: «Prima di tutto debbo chiarire quelle parole che ti dissi ieri...» Ma che ieri? Tutto quello che avvenne il giorno prima deve apparire indegno di essere menzionato e se ad un gentiluomo avviene di non sentire così, tanto peggio per lui e deve fare in modo che nessuno se ne avveda.

E’ certo che io ero quel gentiluomo che non sentiva così perchè nella simulazione sbagliai come la sincerità non saprebbe. Le domandai:

— Com’è che ti concedesti a me? Come meritai una cosa simile?

Volevo dimostrarmi grato o rimproverarla? Probabilmente non era che un tentativo per iniziare delle spiegazioni.

Essa un po’ stupita guardò in alto per vedere il mio aspetto:

— A me pare che tu mi abbia presa, — e sorrise affettuosamente per provarmi che non intendeva di rimproverarmi.

Ricordai che le donne esigono si dica che sono state prese. Poi, essa stessa si accorse di aver sbagliato, che le cose si prendono e le persone si accordano e mormorò:

— Io ti aspettavo. Eri il cavaliere che doveva venire a liberarmi. Certo è male che tu sia sposato, ma, visto che non ami tua moglie, io so almeno che la mia felicità non distrugge quella di nessun altro.

SVEVO — La coscienza di Zeno — 17