Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/270

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

267

annunciata con un orrendo male di denti. Qui fece una prognosi grave, ma, secondo il solito, attenuata da un dubbio:

— La sua vita può anche prolungarsi a patto ch’egli arrivi a vedere il sole di domani.

Augusta, dalla compassione, ebbe le lagrime agli occhi e mi pregò di correre subito dal nostro povero amico. Dopo un’esitazione, ottemperai al suo desiderio, e volentieri, perchè la mia anima improvvisamente si riempì di Carla. Com’ero stato duro con la povera fanciulla! Ecco che, sparito il Copler, essa rimaneva là, solitaria su quel pianerottolo, nient’affatto compromettente perchè tagliata da ogni comunicazione col mio mondo. Era necessario correre da lei per cancellare l’impressione che doveva averle fatto il mio duro contegno della mattina.

Ma, prudentemente, andai prima di tutto dal Copler. Dovevo pur poter dire ad Augusta che lo avevo visto.

Conoscevo già il modesto ma comodo e decente quartierino che il Copler abitava in Corsia Stadion. Un vecchio pensionato gli aveva cedute tre delle sue cinque stanze. Fui ricevuto da questi, un grosso uomo, ansante, dagli occhi rossi, che camminava inquieto su e giù per un breve corridoio oscuro. Mi raccontò che il medico curante se ne era andato da poco, dopo di aver constatato che il Copler si trovava in agonia. Il vecchio parlava a bassa voce, sempre ansando, come se avesse temuto di turbare la quiete del moribondo. Anch’io abbassai la mia. E’ una forma di rispetto come lo sentiamo noi uomini, mentre non è ben certo se al moribondo non piacerebbe di più di venir accompagnato per l’ultimo