Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/279

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zioni del medico. Io, nel caso suo, sarei stato ben altrimenti indipendente. Alle nozze di mia figlia — se non altro per affetto — non avrei mica permesso che mi si impedisse di mangiare e di bere.

Giovanni osservò con ira:

— Vorrei vederti nei miei panni!

— E non ti basta di vedermi nei miei? lascio io forse di fumare?

Era la prima volta che mi riusciva di vantarmi della mia debolezza, e accesi subito una sigaretta per illustrare le mie parole. Tutti ridevano e raccontavano al signor Francesco come la mia vita fosse piena di ultime sigarette. Ma quella non era l’ultima e mi sentivo forte e combattivo. Però perdetti subito l’appoggio degli altri quando versai del vino a Giovanni nel suo grande bicchiere d’acqua. Avevano paura che Giovanni bevesse e urlavano per impedirglielo finchè la signora Malfenti non potè afferrare e allontanare quel bicchiere.

— Proprio, vorresti uccidermi? — domandò mitemente Giovanni guardandomi con curiosità. — Hai il vino cattivo, tu! — Egli non aveva fatto un solo gesto per approfittare del vino che gli avevo offerto.

Mi sentii veramente avvilito e vinto. Mi sarei quasi gettato ai piedi di mio suocero per chiedergli perdono. Ma anche quello mi parve un suggerimento del vino e lo respinsi. Domandando perdono avrei confessata la mia colpa, mentre il banchetto continuava e sarebbe durato abbastanza per offrirmi l’opportunità di riparare a quel primo scherzo tanto mal riuscito. C’è tempo a tutto a questo mondo. Non tutti gli ubriachi sono preda immediata di ogni suggerimento del vino. Quando ho bevuto troppo, io analizzo i miei conati come quando sono se-