Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/280

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reno e probabilmente con lo stesso risultato. Continuai ad osservarmi per intendere come fossi arrivato a quel pensiero malvagio di danneggiare mio suocero. E m’accorsi d’essere stanco, mortalmente stanco. Se tutti avessero saputo quale giornata io avevo trascorsa, m’avrebbero scusato. Avevo presa e violentemente abbandonata per ben due volte una donna ed ero ritornato due volte a mia moglie per rinnegare anche lei per due volte. La mia fortuna fu che allora, per associazione, nel mio ricordo fece capolino quel cadavere su cui invano avevo tentato di piangere, e il pensiero alle due donne sparve; altrimenti avrei finito col parlare di Carla. Non avevo sempre il desiderio di confessarmi anche quando non ero reso più magnanimo dall’azione del vino? Finii col parlare del Copler. Volevo che tutti sapessero che quel giorno avevo perduto il mio grande amico. Avrebbero scusato il mio contegno.

Gridai che il Copler era morto, veramente morto e che fino ad allora ne avevo taciuto per non rattristarli. Guarda! Guarda! Ecco che finalmente sentii salirmi le lacrime agli occhi e dovetti volgere altrove lo sguardo per celarle.

Tutti risero perchè non mi credettero e allora intervenne l’ostinazione ch’è proprio il carattere più evidente del vino. Descrissi il morto:

— Pareva scolpito da Michelangelo, così rigido, nella pietra più incorruttibile.

Ci fu un silenzio generale interrotto da Guido che esclamò:

— E adesso non senti più il bisogno di non rattristarci?