Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/281

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L’osservazione era giusta. Avevo mancato ad un proponimento che ricordavo! Non ci sarebbe stato il verso di riparare? Mi misi a ridere sgangheratamente:

— Ve l’ho fatta! E’ vivo e sta meglio.

Tutti mi guardavano per raccapezzarsi.

— Sta meglio, — soggiunsi seriamente — mi riconobbe e mi sorrise persino.

Tutti mi credettero, ma l’indignazione fu generale. Giovanni proclamò che se non avesse temuto di farsi del male sottoponendosi ad uno sforzo, m’avrebbe gettato un piatto sulla testa. Era infatti imperdonabile ch’io avessi turbata la festa con una simile notizia inventata. Se fosse stata vera non ci sarebbe stata colpa. Non avrei fatto meglio di dire loro di nuovo la verità? Il Copler era morto e, non appena fossi stato solo, avrei trovate le lacrime pronte per piangerlo, spontanee e abbondanti. Cercai le parole, ma la signora Malfenti, con quella sua gravità di gran signora m’interruppe:

— Lasciamo stare per ora quel povero malato. Ci penseremo domani!

Obbedii subito persino col pensiero che si staccò definitivamente dal morto: «Addio! Aspettami! Ritornerò a te subito dopo!».

Era venuta l’ora dei brindisi. Giovanni aveva ottenuta la concessione dal medico di sorbire a quell’ora un bicchiere di champagne. Gravemente sorvegliò come gli versarono il vino, e rifiutò di portare il bicchiere alle labbra finchè non fosse stato colmo. Dopo di aver fatto un augurio serio e disadorno ad Ada e a Guido lo vuotò lentamente fino all’ultima goccia. Guardandomi biecamente mi disse che l’ultimo sorso l’aveva votato proprio alla mia salute. Per annullare l’augurio, che io