Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/290

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

287

sene, un bel giorno essa avrebbe saputo com’io amassi mia moglie. Avevo nella mia giubba un’altra busta con del denaro per essere pronto ad ogni evenienza.

Arrivai da Carla, e un quarto d’ora dopo essa mi rimproverò con una parola che per la sua giustezza lungamente mi risonò all’orecchio: «Come sei rude, tu, in amore!» Non sono conscio di essere stato rude proprio allora. Avevo cominciato a parlarle di mia moglie, e le lodi tributate ad Augusta erano risonate all’orecchio di Carla come tanti rimproveri rivolti a lei.

Poi fu Carla che mi ferì. Per passare il tempo, le avevo raccontato come mi fossi seccato al banchetto, specie per un brindisi che avevo detto e ch’era stato assolutamente spropositato. Carla osservò:

— Se tu amassi tua moglie non sbaglieresti i brindisi al tavolo di suo padre.

E mi diede anche un bacio per rimeritarmi del poco amore che portavo a mia moglie.

Intanto lo stesso desiderio d’intensificare la mia vita, che m’aveva tratto da Carla, m’avrebbe riportato subito da Augusta, ch’era la sola con cui avrei potuto parlare del mio amore per lei. Il vino preso come cura era già di troppo o volevo oramai tutt’altro vino. Ma quel giorno la mia relazione con Carla doveva ingentilirsi, coronarsi finalmente di quella simpatia che — come seppi più tardi — la povera giovinetta meritava. Essa più volte m’aveva offerto di cantarmi una canzonetta, desiderosa di avere il mio giudizio. Ma io non avevo voluto saperne di quel canto di cui non m’importava nemmeno più l’ingenuità. Le dicevo che giacchè essa rifiutava di studiare, non valeva la pena di cantare più.

La mia era proprio una grave offesa ed essa ne