Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/298

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zuccia piccola e del tutto disadorna. Pareva un corridoio stroncato da una parete. Non avevo ancora sonno e mi disperavo al pensiero che, se ne avessi avuto, non avrei potuto dormire con tanta poca aria a mia disposizione.

Carla fu chiamata dalla voce timida di sua madre. Essa, per rispondere, andò all’uscio e lo socchiuse. La sentii come con voce concitata domandava alla vecchia che cosa volesse. Timidamente l’altra disse delle parole di cui non percepii il senso e allora Carla urlò prima di sbattere l’uscio in faccia alla madre:

— Lasciami in pace. T’ho già detto che per questa notte dormo di qua!

Così appresi che Carla, tormentata di notte dalla paura, dormiva sempre nella sua antica stanza da letto con la madre, ove aveva un altro letto, mentre quello sul quale dovevamo dormire insieme restava vuoto. Era certamente per paura ch’essa m’aveva indotto di fare quella partaccia ad Augusta. Confessò con una maliziosa allegria cui non partecipai, che con me si sentiva più sicura che con sua madre. Mi diede da pensare quel letto in prossimità di quella stanza da studio solitaria. Non l’avevo mai visto prima. Ero geloso! Poco dopo fui sprezzante anche per il contegno che Carla aveva avuto con quella sua povera madre. Era fatta un po’ differentemente di Augusta che aveva rinunziato alla mia compagnia pur di assistere i suoi genitori. Io sono specialmente sensibile a mancanze di riguardo verso i proprii genitori, io, che avevo sopportato con tanta rassegnazione le bizze del mio povero padre.

Carla non potè accorgersi nè della mia gelosia nè del mio disprezzo. Soppressi le manifestazioni di gelo-