Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/300

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m’era stato appioppato dai miei genitori, non era certamente quello che spettava alla mia persona. Essa avrebbe voluto ch’io mi chiamassi Dario e lì, nell’oscurità, si congedò da me appellandomi così. Poi s’accorse che il tempo era minaccioso e m’offerse di andar a prendere per me un ombrello. Ma io assolutamente non potevo sopportarla più oltre, e corsi via tenendo sempre quella chiave in mano nella cui autenticità cominciavo a credere anch’io.

L’oscurità profonda della notte veniva interrotta di tratto in tratto da bagliori abbacinanti. Il mugolio del tuono pareva lontanissimo. L’aria era ancora tranquilla e soffocante quanto nella stessa stanzetta di Carla. Anche i radi goccioloni che cadevano erano tiepidi. In alto, evidente, c’era la minaccia ed io mi misi a correre. Ebbi la ventura di trovare in Corsia Stadion un portone ancora aperto e illuminato in cui mi rifugiai proprio a tempo! Subito dopo il nembo s’abbattè sulla via. Lo scroscio di pioggia fu interrotto da una ventata furiosa che parve portasse con sè anche il tuono tutt’ad un tratto vicinissimo. Trasalii! Sarebbe stato un vero compromettermi se fossi stato ammazzato dal fulmine, a quell’ora. In Corsia Stadion! Meno male ch’ero noto anche a moglie come un uomo dai gusti bizzarri che poteva correre fin là di notte e allora c’è sempre la scusa a tutto.

Dovetti rimanere in quel portone per più di un’ora. Pareva sempre che il tempo volesse mitigarsi, ma subito riprendeva il suo furore sempre in altra forma. Ora grandinava.

Era venuto a tenermi compagnia il portinaio della casa e dovetti regalargli qualche soldo perchè ritardasse