Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/301

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la chiusura del portone. Poi entrò nel portone un signore vestito di bianco e grondante d’acqua. Era vecchio, magro e secco. Non lo rividi mai più, ma non so dimenticarlo per la luce del suo occhio nero e per l’energia ch’emanava da tutta la sua personcina. Bestemmiava per essere stato infradiciato a quel modo.

A me è sempre piaciuto d’intrattenermi con la gente che non conosco. Con loro mi sento sano e sicuro. E’ addiritura un riposo. Devo stare attento di non zoppicare, e sono salvo.

Quando finalmente il tempo si mitigò, io mi recai subito non a casa mia, ma da mio suocero. Mi pareva in quel momento di dover correre subito all’appello e vantarmi di esservi.

Mio suocero s’era addormentato e Augusta, ch’era aiutata da una suora, potè venire da me. Essa disse che avevo fatto bene a venire e si gettò piangente fra le mie braccia. Aveva visto soffrire suo padre orrendamente.

S’accorse ch’ero tutto bagnato. Mi fece adagiare in una poltrona e mi coperse con delle coperte. Poi per qualche tempo potè restarmi accanto. Io ero molto stanco e anche nel breve tempo in cui essa potè restare con me, lottai col sonno. Mi sentivo molto innocente perchè intanto non l’avevo tradita restando lontano dal domicilio coniugale per tutta una notte. Era tanto bella l'innocenza che tentai di aumentarla. Incominciai a dire delle parole che somigliavano ad una confessione. Le dissi che mi sentivo debole e colpevole, e, visto che a questo punto essa mi guardò domandando delle spiegazioni, subito ritirai la testa nel guscio e, gettandomi nella filosofia, le raccontai che il sentimento della colpa io l’avevo ad ogni mio pensiero, ad ogni mio respiro.