Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/307

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sforzo continuai a comportarmi da amante. Adesso, dicendone, dopo di aver registrate tutte le fasi della mia avventura, potrebbe sembrare ch’io facessi il tentativo di far sposare da altri la mia amante e di conservarla mia, ciò che sarebbe stata la politica di un uomo più avveduto di me e più equilibrato, sebbene altrettanto corrotto. Ma non è vero: essa doveva sposare il maestro, ma doveva decidervisi solo la dimane. E’ perciò che solo allora cessò quel mio stato ch’io m’ostino a qualificare d’innocenza. Non era più possibile adorare Carla per un breve periodo della giornata eppoi odiarla per ventiquattr’ore continue, e levarsi ogni mattina ignorante come un neonato e rivivere la giornata, tanta simile alle precedenti, per sorprendersi delle avventure ch’essa apportava e che avrei dovuto sapere a mente. Ciò non era più possibile. Mi si prospettava l’eventualità di perdere per sempre la mia amante se non avessi saputo domare il mio desiderio di liberarmene. Io subito lo domai!

Ed è così che quel giorno, quando di lei non m’importò più, feci a Carla una scena d’amore che per la sua falsità e la sua furia somigliava a quella che, preso dal vino, avevo fatto ad Augusta quella notte in vettura. Solo che qui mancava il vino ed io finii col commovermi veramente al suono delle mie parole. Le dichiarai ch’io l’amavo, che non sapevo più restare senza di lei e che d’altronde mi pareva di esigere da lei il sacrificio della sua vita, visto che io non potevo offrirle niente che potesse eguagliare quanto le veniva offerto dal Lali.

Fu proprio una nota nuova nella nostra relazione che pur aveva avuto tante ore di grande amore. Essa stava a sentire le mie parole beandovisi. Molto tardi si