Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/31

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vedere quali stivali dovesse comperare per la sua amante. Ma fumai subito l'ultima sigaretta; e non era la mezzanotte, ma le ventitrè, un’ora impossibile per un’ultima sigaretta.

Apersi un libro. Leggevo senz’intendere e avevo addirittura delle visioni. La pagina su cui tenevo fisso lo sguardo si copriva della fotografia del dottor Muli in tutta la sua gloria di bellezza ed eleganza. Non seppi resistere! Chiamai Giovanna. Forse discorrendo mi sarei quietato.

Essa venne e mi guardò subito con occhio diffidente. Urlò con la sua voce stridula: — Non s’aspetti d’indurmi a deviare dal mio dovere.

Intanto, per quietarla, mentii e le dichiarai ch’io non ci pensavo nemmeno, che non avevo più voglia di leggere e preferivo di far quattro chiacchiere con lei. La feci sedere a me in faccia. Proprio, mi ripugnava con quel suo aspetto da vecchia e gli occhi giovanili e mobili come quelli di tutti gli animali deboli. Compassionavo me stesso, per dover sopportare una compagnia simile! E’ vero che neppure in libertà io so scegliere le compagnie che meglio mi si confacciano perchè di solito sono esse che scelgono me, come fece mia moglie.

Pregai Giovanna di svagarmi e poichè dichiarò di non sapermi dir nulla che valesse la mia attenzione, la pregai di raccontarmi della sua famiglia, aggiungendo che quasi tutti a questo mondo ne avevano almeno una.

Essa allora obbedì e incominciò col raccontarmi che aveva dovuto mettere le sue due figliuole all’Istituto dei Poveri.

Io cominciavo ad ascoltare volentieri il suo racconto perchè quei diciotto mesi di gravidanza sbrigati così, mi