Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/32

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facevano ridere. Ma essa aveva un’indole troppo polemica ed io non seppi ascoltarla quando dapprima volle provarmi ch’essa non avrebbe potuto fare altrimenti data l’esiguità del suo salario e che il dottore aveva avuto torto quando pochi giorni prima aveva dichiarato che due corone al giorno bastavano dacchè l’Istituto dei Poveri manteneva tutta la sua famiglia. Urlava:

— E il resto? Quando sono state provviste del cibo e dei vestiti, non hanno mica avuto quello che occorre! — E giù una filza di cose che doveva procurare alle sue figliole e che io non ricordo più, visto che per proteggere il mio udito dalla sua voce stridula, rivolgevo di proposito il mio pensiero ad altra cosa. Ma ne ero tuttavia ferito e mi parve di aver diritto ad un compenso:

Non si potrebbe avere una sigaretta, una sola? Io la pagherei dieci corone, ma domani, perchè con me non ho neppur un soldo.

Giovanna fu enormemente spaventata della mia proposta. Si mise ad urlare; voleva chiamare subito l’infermiere e si levò dal suo posto per uscire.

Per farla tacere desistetti subito dal mio proposito e, a caso, tanto per dire qualche cosa e darmi un contegno, domandai:

— Ma in questa prigione ci sarà almeno qualche cosa da bere? Giovanna fu pronta nella risposta e, con mia meraviglia in un vero tono di conversazione, senz’urlare:

— Anzi! Il dottore, prima di uscire mi ha consegnata questa bottiglia di cognac. Ecco la bottiglia ancora chiusa. Guardi, è intatta.

Mi trovavo in condizione tale che non vedevo per