Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/310

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

307

Poi levò la testa, il suo si scontrò nel mio sguardo e mi salutò:

— Dopo tanto tempo! Come stai? Hai finalmente meno da fare?

S’era messo a sedere proprio accanto a me e nella prima sorpresa io mi movevo in modo da impedirgli la vista di Carla. Ma lui, dopo di avermi stretta la mano, mi domandò:

— La tua Signora?

S’aspettava di venir presentato.

Mi sottomisi:

— La signorina Carla Gerco, un’amica di mia moglie.

Poi continuai a mentire e so da Tullio stesso che la seconda menzogna bastò a rivelargli tutto. Con un sorriso forzato, dissi:

— Anche la signorina sedette a questo banco per caso accanto a me senza vedermi.

Il mentitore dovrebbe tener presente che per essere creduto non bisogna dire che le menzogne necessarie. Col suo buon senso popolare, quando c’incontrammo di nuovo, Tullio mi disse:

— Spiegasti troppe cose ed io indovinai perciò che mentivi e che quella bella signorina era la tua amante.

Io allora avevo già perduta Carla e con grande voluttà gli confermai ch’egli aveva colto nel segno, ma gli raccontai con tristezza che oramai essa m’aveva abbandonato. Non mi credette ed io gliene fui grato. Mi pareva che la sua incredulità fosse un buon auspicio.

Carla fu colta da un malumore quale io non le avevo mai visto. Io so ora che da quel momento cominciò la sua ribellione. Subito non me ne avvidi perchè per