Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/311

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stare a sentire Tullio, che s’era messo a raccontarmi della sua malattia e delle cure che intraprendeva, io le volgevo le spalle. Più tardi appresi che una donna, quand’anche si lasci trattare con meno gentilezza sempre salvo in certi istanti, non ammette di venir rinnegata in pubblico. Essa manifestò il suo sdegno piuttosto verso il povero zoppo che verso me e non gli rispose quand’egli le indirizzò la parola. Neppure io stavo a sentire Tullio perchè per il momento non arrivavo ad interessarmi delle sue cure. Lo guardavo nei suoi piccoli occhi per intendere che cosa egli pensasse di quell’incontro. Sapevo ch’egli ormai era pensionato e che avendo tutto il giorno libero poteva facilmente invadere con le sue chiacchiere tutto il piccolo ambiente sociale della nostra Trieste di allora.

Poi, dopo una lunga meditazione, Carla si levò per lasciarci. Mormorò:

— Arrivederci, — e si avviò.

Io sapevo che l’aveva con me e, sempre tenendo conto della presenza di Tullio, cercai di conquistare il tempo necessario per placarla. Le domandai il permesso di accompagnarla avendo da dirigermi dalla sua parte stessa. Quel suo saluto secco significava addirittura l’abbandono e fu quella la prima volta in cui seriamente lo temetti. La dura minaccia mi toglieva il fiato.

Ma Carla stessa ancora non sapeva dove s’avviasse con quel suo passo deciso. Dava sfogo a una stizza del momento che fra poco l’avrebbe lasciata.

M’attese e poi mi camminò accanto senza parole. Quando fummo a casa, fu presa da un impeto di pianto che non mi spaventò perchè la indusse a rifugiarsi fra le mie braccia. Io le spiegai chi fosse Tullio e quanto dan-