Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/312

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no sarebbe potuto venirmi dalla sua lingua. Vedendo che piangeva tuttavia, ma sempre fra le mie braccia, osai un tono più risoluto: Voleva dunque compromettermi? Non avevamo sempre detto che avremmo fatto di tutto per risparmiare dei dolori a quella povera donna ch’era tuttavia mia moglie e la madre di mia figlia?

Parve che Carla si ravvedesse, ma volle restare sola per calmarsi. Io corsi via contentone.

Dev’essere da quest’avventura che le venne ad ogni istante il desiderio di apparire in pubblico quale mia moglie. Pareva che, non volendo sposare il maestro, intendesse costringermi di occupare una parte maggiore del posto che a lui rifiutava. Mi seccò per lungo tempo perchè prendessi due sedie ad un teatro, che avremmo poi occupate venendo da parti diverse per trovarci seduti uno accanto all’altro come per caso. Io con lei raggiunsi soltanto ma varie volte il Giardino Pubblico, quella pietra miliare dei miei trascorsi, cui ora arrivavo dall’altra parte. Oltre, mai! Perciò la mia amante finì col somigliarmi troppo. Senz’alcuna ragione, ad ogni istante, se la prendeva con me in scoppi di collera improvvisi. Presto si ravvedeva, ma bastavano per rendermi tanto eppoi tanto buono e docile. Spesso la trovavo che si scioglieva in lacrime e non arrivavo mai ad ottenere da lei una spiegazione del suo dolore. Forse la colpa fu mia perchè non insistetti abbastanza per averla. Quando la conobbi meglio, cioè quand’essa mi abbandonò, non abbisognai di altre spiegazioni. Essa, stretta dal bisogno, s’era gettata in quell’avventura con me, che proprio non faceva per lei. Fra le mie braccia era divenuta donna e — amo supporlo — donna onesta. Naturalmente che ciò non va attribuito ad alcun merito mio, tanto più che tutto mio fu il danno.