Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/323

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oggi, quando mi vede in quelle condizioni, non protesta, non piange, non discute. Quand’io mitemente mi misi a domandarle scusa, essa volle spiegare una cosa: non aveva riso, aveva soltanto sorriso nello stesso modo che m’era piaciuto tante volte e che tante volte avevo vantato.

Mi vergognai profondamente. Supplicai che la bambina fosse portata subito con noi e quando l’ebbi fra le mie braccia, lungamente giuocai con lei. Poi la feci sedere sulla mia testa e sotto la sua vesticciuola che mi copriva la faccia, asciugai i miei occhi che s’erano bagnati delle lacrime che Augusta non aveva sparse. Giuocavo con la bambina, sapendo che così, senz’abbassarmi a fare delle scuse, mi riavvicinavo ad Augusta e infatti le sue guancie avevano già riacquistato il loro colore consueto.

Poi anche quella giornata finì molto bene e il pomeriggio somigliò a quello precedente. Era proprio la stessa cosa come se alla mattina avessi trovata Carla al solito posto. Non m’era mancato lo sfogo. Avevo ripetutamente domandato scusa perchè dovevo indurre Augusta a ritornare al suo sorriso materno quando dicevo o facevo delle bizzarrie. Guai se avesse dovuto forzarsi ad avere in mia presenza un dato contegno o se avesse dovuto sopprimere anche uno dei soliti suoi sorrisi affettuosi che mi parevano il giudizio più completo e benevolo che si potesse dare su me.

Alla sera riparlammo di Guido. Pareva che la sua pace con Ada fosse completa. Augusta si meravigliava della bontà di sua sorella. Questa volta però toccava a me di sorridere perchè era evidente ch’ella non ricordava la propria bontà che era enorme. Le domandai: