Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/331

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domandavo perdono per l’ira che le avevo dimostrata, asserendo che il grande mio amore abbisognava di tempo per calmarsi. Aggiungevo: «Ogni giorno che passa m’apporta un altro briciolo di calma» e scrissi questa frase tante volte sempre digrignando i denti. Poi le dicevo che non sapevo perdonarmi le parole che le avevo dirette e sentivo il bisogno di domandarle scusa. Io non potevo, purtroppo, offrirle quello che il Lali le offriva e di cui ella era tanto degna.

Io mi figuravo che la lettera avrebbe avuto un grande effetto. Giacchè il Lali sapeva tutto, Carla gliel’avrebbe fatta vedere e per il Lali avrebbe potuto esser vantaggioso di avere un amico della mia qualità. Sognai persino che ci si sarebbe potuti avviare a una dolce vita a tre, perchè il mio amore era tale che per il momento io avrei vista raddolcita la mia sorte se mi fosse stato permesso di fare anche solo la corte a Carla.

Il terzo giorno ricevetti da lei un breve biglietto. Non vi venivo invocato affatto nè come Zeno nè come Dario. Mi diceva soltanto: «Grazie! Sia anche lei felice con la consorte Sua, tanto degna di ogni bene!» Parlava di Ada, naturalmente.

Il momento favorevole non aveva continuato e dalle donne non continua mai se non lo si ferma prendendole per le treccie. Il mio desiderio si condensò in una bile furiosa. Non contro Augusta! L’animo mio era tanto pieno di Carla che ne avevo rimorso e mi costringevo con Augusta ad un sorriso ebete, stereotipato, che a lei pareva autentico.

Ma dovevo fare qualche cosa. Non potevo mica aspettare e soffrire così ogni giorno! Non volevo più