Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/330

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«Saluto» di Schubert. Non so se sia stata un’illusione, ma a me parve ch’essa mi chiamasse:

— Zeno!

In quel momento essa avrebbe potuto chiamarmi anche con quello strano nome di Dario ch’essa sentiva quale un vezzeggiativo e non mi sarei fermato. Avevo un grande desiderio di andarmene e ritornavo anche una volta, puro, ad Augusta. Anche il cane cui a forza di pedate si impedisce l’approccio alla femmina, corre via purissimo, per il momento.

Quando il giorno dopo fui ridotto nuovamente allo stato in cui m’ero trovato al momento d’avviarmi al Giardino Pubblico, mi parve semplicemente di essere stato un vigliacco: essa m’aveva chiamato sebbene non col nome dell’amore, ed io non avevo risposto! Fu il primo giorno di dolore cui seguirono molti altri di desolazione amara. Non comprendendo più perchè mi fossi allontanato così, mi attribuivo la colpa di aver avuto paura di quell’uomo o paura dello scandalo. Avrei ora nuovamente accettata qualunque compromissione, come quando avevo proposto a Carla quella lunga passeggiata traverso alla città. Avevo perduto un momento favorevole e sapevo benissimo che certe donne ne hanno per una volta sola. A me sarebbe bastata quella sola volta.

Decisi subito di scrivere a Carla. Non m’era possibile di lasciar trascorrere neppure un solo giorno di più senza fare un tentativo per riavvicinarmi a lei. Scrissi e riscrissi quella lettera per mettere in quelle poche parole tutto l’accorgimento di cui ero capace. La riscrissi tante volte anche perchè lo scriverla era un grande conforto per me; era lo sfogo di cui abbisognavo. Le