Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/329

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— Se lei vuol vedere il mio sposo, venga con me. Non lo sente? E’ lui che suona il piano.

Sentii appena allora le note sincopate del «Saluto» dello Schubert ridotto dal Liszt.

Quantunque dalla mia infanzia io non abbia maneggiato nè una sciabola nè un bastone, io non sono un uomo pauroso. Il grande desiderio che m’aveva commosso fino ad allora, era improvvisamente sparito. Del maschio non restava in me che la combattività. Avevo domandato imperiosamente una cosa che non mi competeva. Per diminuire il mio errore adesso bisognava battersi, perchè altrimenti il ricordo di quella donna che minacciava di farmi punire dal suo sposo, sarebbe stato atroce.

— Ebbene! — le dissi. — Se lo permetti vengo con te.

Mi batteva il cuore non per paura, ma per il timore di non comportarmi bene.

Continuai a salire accanto a lei. Ma improvvisamente essa si fermò, s’appoggiò al muro e si mise a piangere senza parole. Lassù continuavano ad echeggiare le note del «Saluto» su quel pianoforte che io avevo pagato. Il pianto di Carla rese quel suono molto commovente.

— Io farò quello che vuoi! Vuoi che me ne vada? — domandai.

— Sì, — disse essa appena capace di articolare quella breve parola.

— Addio! — le dissi. — Giacchè lo vuoi, addio per sempre!

Scesi lentamente le scale, fischiettando anch’io il