Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/328

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— Sarebbe circa la stessa via che abbiamo fatta noi ieri!

Saltai ancora:

— Ed egli sa, sa tutto? Sa che anche ieri fosti mia?

— Sì — essa disse con orgoglio. — Egli sa tutto, tutto.

Mi sentivo perduto e nella mia rabbia, simile al cane che, quando non può più raggiungere il boccone desiderato, addenta le vesti di chi glielo contende, dissi:

— Questo tuo sposo ha uno stomaco eccellente. Oggi digerisce me e domani potrà digerire tutto ciò che vorrai.

Non sentivo l’esatto suono delle mie parole. Sapevo di gridare dal dolore. Essa ebbe invece un’espressione d’indignazione di cui non avrei creduto capace il suo occhio bruno e mite di gazzella:

— A me lo dici? E perchè non hai il coraggio di dirlo a lui?

Mi volse le spalle e con passo celere s’avviò verso l’uscita. Io già avevo rimorso delle parole dette, offuscato però dalla grande sorpresa che oramai mi fosse interdetto di trattare Carla con meno dolcezza. Quella mi teneva inchiodato al posto. La piccola figurina azzurra e bianca, con un passo breve e celere, raggiungeva già l’uscita, quando mi decisi di correrle dietro. Non sapevo quello che le avrei detto, ma era impossibile che ci si separasse così.

La fermai al portone di casa sua e le dissi solo sinceramente il grande dolore di quel momento:

— Ci separeremo proprio così, dopo tanto amore?

Essa procedette oltre senza rispondermi ed io la seguii anche sulle scale. Poi mi guardò con quel suo occhio nemico: