Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/333

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Per un istante credetti anche di avere la mia idea. Domandai alla vecchia se proprio avesse deciso di fare da serva alla figlia fino alla propria morte. Le dissi ch’io sapevo che Carla non era molto dolce con lei.

Essa continuò a lavorare assiduamente accanto al focolare, ma stava a sentirmi. Fu di un candore ch’io non meritavo. Si lagnò di Carla che perdeva la pazienza per cose da niente. Si scusava:

— Certamente io divento ogni giorno più vecchia e dimentico tutto. Non ne ho colpa!

Ma sperava che adesso le cose sarebbero andate meglio. I malumori di Carla sarebbero diminuiti, ora ch’era felice. Eppoi Vittorio, da bel principio, s’era messo a dimostrarle un grande rispetto. Infine, sempre intenta a foggiare certe forme con un intruglio di pasta e di frutta, aggiunse:

— E’ mio dovere di restare con mia figlia. Non si può fare altrimenti.

Con una certa ansia tentai di convincerla. Le dissi che poteva benissimo liberarsi da tanta schiavitù. Non c’ero io? Avrei continuato a passarle il mensile che fino ad allora avevo concesso a Carla. Io volevo oramai mantenere qualcuno! Volevo tenere con me la vecchia che mi pareva parte della figlia.

La vecchia mi manifestò la sua riconoscenza. Ammirava la mia bontà, ma si mise a ridere all’idea che le si potesse proporre di lasciare la figlia. Era una cosa che non si poteva pensare.

Ecco una dura parola che andò a battere contro la mia fronte che si curvò! Ritornavo a quella grande solitudine dove non c’era Carla e neppure visibile una via che conducesse a lei. Ricordo che feci un ultimo