Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/338

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Fu la sua prima allusione chiara al suo proposito di tenermi con lui. Veramente io non avevo fatta altra pratica di contabilità che in quei pochi mesi in cui avevo tenuto il libro mastro per l’Olivi, ma ero certo d’essere il solo contabile che non fosse stato un estraneo per Guido.

Si parlò chiaramente per la prima volta dell’eventualità di una nostra associazione quand’egli andò a scegliere i mobili per il suo ufficio. Ordinò senz’altro due scrivanie per la stanza della direzione. Gli domandai arrossendo:

— Perchè due?

Rispose:

— L’altra è per te.

Sentii per lui una tale riconoscenza che quasi l’avrei abbracciato.

Quando fummo usciti dalla bottega, Guido, un po’ imbarazzato, mi spiegò che ancora non era al caso di offrirmi una posizione in casa sua. Lasciava a mia disposizione quel posto nella sua stanza, solo per indurmi a venir a tenergli compagnia ogni qualvolta mi fosse piaciuto. Non voleva obbligarmi a nulla ed anche lui restava libero. Se il suo commercio fosse andato bene m’avrebbe concesso un posto nella direzione della sua casa.

Parlando del suo commercio, la bella faccia bruna di Guido si faceva molto seria. Pareva ch’egli avesse già pensate tutte le operazioni a cui voleva dedicarsi. Guardava lontano, al disopra della mia testa, ed io mi fidai tanto nella serietà delle sue meditazioni, che mi volsi anch’io a guardare quello ch’egli vedeva, cioè quelle operazioni che dovevano portargli la fortuna. Egli non voleva camminare nè la via percorsa con tanto successo da