Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/337

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
334

posta di quell’attività in compagnia di un amico, mi fosse simpatica. Ma c’era dell’altro ancora. Io non avevo ancora abbandonata la speranza di poter divenire un buon negoziante, e mi pareva più facile di progredire insegnando a Guido, che facendomi insegnare dall’Olivi. Tanti a questo mondo apprendono soltanto ascoltando se stessi o almeno non sanno apprendere ascoltando gli altri.

Per desiderare quell’associazione avevo anche altre ragioni. Io volevo essere utile a Guido! Prima di tutto gli volevo bene e benchè egli volesse sembrare forte e sicuro, a me pareva un inerme abbisognante di una protezione che io volentieri volevo accordargli. Poi anche nella mia coscienza e non solo agli occhi di Augusta, mi pareva che più m’attaccavo a Guido e più chiara risultasse la mia assoluta indifferenza per Ada.

Insomma io non aspettavo che una parola di Guido per mettermi a sua disposizione, e questa parola non venne prima, solo perchè egli non mi credeva tanto inclinato al commercio visto che non avevo voluto saperne di quello che mi veniva offerto in casa mia.

Un giorno mi disse:

— Io ho fatta tutta la Scuola Superiore di Commercio, ma pur mi dà un po’ di pensiero di dover regolare sanamente tutti quei particolari che garantiscono il sano funzionamento di una casa commerciale. Sta bene che il commerciante non ha bisogno di saper di nulla, perchè se ha bisogno di una bilancia chiama il bilanciaio, se ha bisogno di legge invoca l’avvocato e per la propria contabilità si rivolge ad un contabile. Ma è ben duro dover consegnare da bel principio la propria contabilità ad un estraneo!