Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/34

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una poltrona tanto comoda, in faccia ad una bottiglia di liquore buono, di quello che non fa male.

Tentai di conversare anch’io. Le domandai se, quand’era vivo suo marito, il lavoro per lei fosse stato organizzato proprio a quel modo.

Essa si mise a ridere. Da vivo suo marito l’aveva più picchiata che baciata e, in confronto a quello ch’essa aveva dovuto lavorare per lui, ora tutto avrebbe potuto sembrarle un riposo anche prima ch’io a quella casa arrivassi con la mia cura.

Poi Giovanna si fece pensierosa e mi domandò se credevo che i morti vedessero quello che facevano i vivi. Annuii brevemente. Ma essa volle sapere se i morti, quando arrivano al di là, risapevano tutto quello che quaggiù era avvenuto quand’essi erano stati ancora vivi.

Per un momento la domanda valse proprio a distrarmi. Era stata poi mossa con una voce sempre più soave perchè, per non farsi sentire dai morti, Giovanna l’aveva abbassata.

— Voi, dunque — le dissi — avete tradito vostro marito.

Essa mi pregò di non gridare eppoi confessò di averlo tradito, ma soltanto nei primi mesi del loro matrimonio. Poi s’era abituata alle busse e aveva amato il suo uomo.

Per conservare viva la conversazione domandai:

— E’ dunque la prima delle vostre figliuole che deve la vita a quell’altro?

Sempre a bassa voce essa ammise di crederlo anche in seguito a certe somiglianze. Le doleva molto di aver tradito il marito. Lo diceva, ma sempre ridendo perchè son cose di cui si ride anche quando dolgono. Ma solo