Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/35

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dacchè era morto, perchè prima, visto che non sapeva, la cosa non poteva aver avuto importanza.

Spintovi da una certa simpatia fraterna, tentai di lenire il suo dolore e le dissi ch’io credevo che i morti sapessero tutto, ma che di certe cose s’infischiassero.

— Solo i vivi ne soffrono! — esclamai battendo sul tavolo il pugno.

Ne ebbi una contusione alla mano e non c’è di meglio di un dolore fisico per destare delle idee nuove. Intravvidi la possibilità che intanto ch’io mi crucciavo al pensiero che mia moglie approfittasse della mia reclusione per tradirmi, forse il dottore si trovasse tuttavia nella casa di salute, nel quale caso io avrei potuto riavere la mia tranquillità. Pregai Giovanna di andar a vedere, dicendole che sentivo il bisogno di dire qualche cosa al dottore e promettendole in premio l’intera bottiglia. Essa protestò che non amava di bere tanto, ma subito mi compiacque e la sentii arrampicarsi traballando sulla scala di legno fino al secondo piano per uscire dalla nostra clausura. Poi ridiscese, ma scivolò facendo un grande rumore e gridando.

— Che il diavolo ti porti! — mormorai io fervidamente. Se essa si fosse rotto l’osso del collo la mia posizione sarebbe stata semplificata di molto.

Invece arrivò a me sorridendo perchè si trovava in quello stato in cui i dolori non dolgono troppo. Mi raccontò di aver parlato con l’infermiere che andava a coricarsi, ma restava a sua disposizione a letto, per il caso in cui fossi divenuto cattivo. Sollevò la mano e con l’indice teso accompagnò quelle parole da un atto di minaccia attenuato da un sorriso. Poi, più seccamente, aggiunse che il dottore non era rientrato dacchè era uscito con