Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/36

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mia moglie. Proprio da allora! Anzi per qualche ora l’infermiere aveva sperato che ritornasse perchè un malato avrebbe bisogno di esser visto da lui. Ora non lo sapeva più.

Io la guardai indagando se il sorriso che contraeva la sua faccia fosse stereotipato o se fosse nuovo del tutto e originato dal fatto che il dottore si trovava con mia moglie anzichè con me, ch’ero il suo paziente. Mi colse un’ira da farmi girare la testa. Devo confessare che, come sempre, nel mio animo lottavano due persone di cui l’una, la più ragionevole, mi diceva: «Imbecille! Perchè pensi che tua moglie ti tradisca? Essa non avrebbe il bisogno di rinchiuderti per averne l’opportunità.» L’altra ed era certamente quella che voleva fumare, mi dava pur essa dell’imbecille, ma per gridare: «Non ricordi la comodità che proviene dall’assenza del marito? Col dottore che ora è pagato da te!»

Giovanna, sempre bevendo, disse: — Ho dimenticato di chiudere la porta del secondo piano. Ma non voglio far più quei due piani. Già lassù c’è sempre della gente e lei farebbe una bella figura se tentasse di scappare.

— Già! — feci io con quel minimo d’ipocrisia che occorreva oramai per ingannare la poverina. Poi inghiottii anch’io del cognac e dichiarai che ormai che avevo tanto di quel liquore a mia disposizione, delle sigarette non m’importava più niente. Essa subito mi credette e allora le raccontai che non ero veramente io che volevo svezzarmi dal fumo. Mia moglie lo voleva. Bisognava sapere che quando io arrivavo a fumare una decina di sigarette diventavo terribile. Qualunque donna allora mi fosse stata a tiro si trovava in pericolo.

SVEVO — La coscienza di Zeno — 3