Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/357

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potesse dubitarne. Quaggiù quando non ci vogliamo male ci amiamo tutti, ma però i nostri vivi desideri accompagnano solo gli affari cui partecipiamo.

L’affare fu vagliato in tutti i sensi ed anzi ricordo che Guido calcolò persino per quanti mesi, col beneficio che ne avrebbe tratto, avrebbe potuto mantenere la sua famiglia e l’ufficio, cioè le sue due famiglie, come egli diceva talvolta o i suoi due uffici come diceva tale altra quando si seccava molto in casa. Fu vagliato troppo, quell’affare, e non riuscì forse per questo. Da Londra capitò un breve dispaccio: Notato eppoi l’indicazione del prezzo di quel giorno del solfato, più elevato di molto di quello concessoci dal nostro compratore. Addio affare. Il Tacich ne fu informato e poco dopo abbandonò Trieste.

In quell’epoca io cessai per circa un mese di frequentare l’ufficio e perciò, per le mie mani, non passò una lettera che giunse alla ditta, dall’aspetto inoffensivo, ma che doveva avere gravi conseguenze per Guido. Con essa, quella ditta inglese ci confermava il suo dispaccio e finiva con l’informarci che notava il nostro ordine valido sino a revoca. Guido non ci pensò affatto di dare tale revoca ed io, quando ritornai in ufficio, non ricordai più quell’affare. Così varii mesi appresso, una sera, Guido venne a cercarmi a casa con un dispaccio ch’egli non intendeva e che credeva fosse stato indirizzato a noi per errore ad onta che portasse chiaro il nostro indirizzo telegrafico che io avevo fatto regolarmente notare non appena fummo installati nel nostro ufficio. Il dispaccio conteneva solo tre parole: 60 tons settled, ed io lo intesi subito, ciò che non era difficile perchè quello del solfato di rame era il solo affare grosso che avessimo trattato. Glielo dissi: si capiva da quel dispaccio che il prezzo, che noi avevamo fissato