Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/373

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quella parte che non era diventata una guaina. Per questo movimento mi parve piuttosto meditabondo che spasimante dal dolore. Forse ciò che produce il dolore nei grandi organismi, nei piccolissimi può ridursi fino a divenire un’esperienza nuova, un solletico al pensiero. Lo ficcai nell’acqua calandovelo, come mi fu detto da Guido, per dieci braccia. Dopo di me Carmen e Guido calarono le loro lenze. Guido aveva ora a poppa anche un remo col quale spingeva la barca con l’arte che occorreva perchè le lenze non s’aggrovigliassero. Pare che Luciano non fosse ancora al caso di dirigere in tale modo la barchetta. Del resto Luciano aveva ora l’incarico della piccola rete con la quale avrebbe levato dall’acqua il pesce portato dall’amo fino alla superficie. Per lungo tempo egli non ebbe nulla da fare. Guido ciarlava molto. Chissà che non sia stato attaccato a Carmen dalla sua passione per l’insegnamento piuttosto che dall’amore. Io avrei voluto non starlo a sentire per continuare a pensare al piccolo animaletto che tenevo esposto alla voracità dei pesci, sospeso nell’acqua e che coi cenni della testolina — se li continuava anche in acqua — avrebbe adescato meglio il pesce. Ma Guido mi chiamò ripetute volte e dovetti star a sentire la sua teoria sulla pesca. Il pesce avrebbe toccato varie volte l’esca e noi l’avremmo sentito, ma dovevamo guardarci del tirare la lenza finchè non si fosse tesa. Allora dovevamo essere pronti per dare lo strappo che avrebbe infilzato sicuramente l’amo nella bocca del pesce. Guido come al solito, fu lungo nelle sue spiegazioni. Voleva spiegarci chiaramente quello che avremmo sentito nella mano quando il pesce avrebbe annusato l’amo. E continuava le sue spiegazioni quando io e Carmen conoscevamo già per esperienza la quasi sonora ripercus-