Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/372

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un istante di esitazione per rendermi impossibile lo sbarco. Finii col sedermi a prua della non grande barchetta. Quando m’abituai all’oscurità, vidi che a poppa, di faccia a me, sedeva Guido e ai suoi piedi, a pagliolo, Carmen. Luciano, che vogava, ci divideva. Io non mi sentivo nè molto sicuro nè molto comodo nella piccola barca, ma presto mi vi abituai e guardai le stelle che di nuovo mi mitigarono. Era vero che in presenza di Luciano, — un servo devoto delle famiglie delle nostri mogli — Guido non si sarebbe rischiato di tradire Ada e non c’era perciò niente di male che io fossi con loro. Desideravo vivamente di poter godere di quel cielo, quel mare e la vastissima quiete. Se avessi dovuto sentirne rimorso e perciò soffrire, avrei fatto meglio di restare a casa mia a farmi torturare dalla piccola Antonia. L’aria fresca notturna mi gonfiò i polmoni e compresi ch’io potevo divertirmi in compagnia di Guido e Carmen, cui in fondo volevo bene.

Passammo dinanzi al faro e arrivammo al mare aperto. Qualche miglio più in là brillavano le luci d’innumerevoli velieri: là si stendevano ben altre insidie al pesce. Dal Bagno Militare, — una mole poderosa nereggiante sui suoi pali, — cominciammo a moverci su e giù lungo la riviera di Sant’Andrea. Era il posto prediletto dei pescatori. Accanto a noi, silenziosamente, molte altre barche facevano la stessa nostra manovra. Guido preparò le tre lenze e inescò gli ami configgendovi dei gamberelli per la coda. Consegnò una lenza ad ognuno di noi dicendo che la mia, a prua, — la sola munita di piombino — sarebbe stata preferita dal pesce. Scorsi nell'oscurità il mio gambarello dalla coda trafitta e mi parve che movesse lentamente la parte superiore del corpo,

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