Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/375

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Ma in quell’istante fui chiamato dalla mia lenza che improvvisamente s’era tesa per uno strappo poderoso. Strappai anch'io e gridai. Con un balzo Guido mi fu vicino e mi prese di mano la lenza. Gliel’abbandonai volentieri. Egli si mise a tirarla su, prima a piccoli tratti, poi, essendo diminuita la resistenza, a grandissimi. E nell’acqua fosca si vide brillare l’argenteo corpo del grosso animale. Correva oramai rapidamente e senza resistenza dietro il suo dolore. Perciò compresi anche il dolore dell’animale muto, perchè era gridato da quella fretta di correre alla morte. Presto l’ebbi boccheggiante ai miei piedi. Luciano l’aveva tratto dall’acqua con la rete e, strappandomelo senza riguardo, gli avevo levato di bocca l’amo.

Palpò il grosso pesce:

— Un’orata di tre chilogrammi!

Ammirando, disse il prezzo che se ne sarebbe domandato in pescheria. Poi Guido osservò che l’acqua era ferma a quell’ora e che sarebbe stato difficile di pigliare dell’altro pesce. Raccontò che i pescatori ritenevano che quando l’acqua non cresceva nè calava, i pesci non mangiavano e perciò non potevano essere presi. Fece della filosofia sul pericolo che risultava ad un animale dal suo appetito. Poi, mettendosi a ridere, senz’accorgersi che si comprometteva, disse:

— Tu sei l’unico che sappia pescare questa sera.

La mia preda si dibatteva tuttavia nella barca, quando Carmen diede uno strido. Guido domandò senza moversi e con una gran voglia di ridere nella voce:

— Un’altra orata?

Carmen confusa rispose:

— Mi pareva! Ma ha già abbandonato l’amo!