Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/378

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casa e il mio rimorso di non amare meglio Antonia. Mi sentii subito meglio e m’addormentai profondamente.

La mattina appresso, Antonia stava meglio; era quasi priva di febbre. Giaceva calma e libera di affanno, ma era pallida e affranta come se si fosse consumata in uno sforzo sproporzionato al suo piccolo organismo; evidentemente essa era già uscita vittoriosa dalla breve battaglia. Nella calma che ne derivò anche a me, ricordai, dolendomene, di aver compromesso orribilmente Guido e volli da Augusta la promessa ch’essa non avrebbe comunicato a nessuno i miei sospetti. Ella protestò che non si trattava di sospetti, ma di evidenza certa ciò che io negai senza riuscire a convincerla. Poi essa mi promise tutto quello che volli ed io me ne andai tranquillamente in ufficio.

Guido non c’era ancora e Carmen mi raccontò ch’erano stati ben fortunati dopo la mia partenza. Avevano prese altre due orate, più piccole della mia, ma di un peso considerevole. Io non volli crederlo e pensai che essa volesse convincermi che alla mia partenza avessero abbandonata l’occupazione a cui avevano atteso finchè c’ero stato io. L’acqua non s’era fermata? Fino a che ora erano stati in mare?

Carmen per convincermi mi fece confermare anche da Luciano la pesca delle due orate ed io da quella volta pensai che Luciano per ingraziarsi Guido sia stato capace di qualunque azione.

Sempre durante la calma idillica che precorse l’affare del solfato di rame, avvenne in quell’ufficio una cosa abbastanza strana che non so dimenticare, tanto perchè mette in evidenza la smisurata presunzione di Guido, quanto perchè pone me in una luce nella quale m’è difficile di ravvisarmi.