Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/379

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Un giorno eravamo tutt’e quattro in ufficio e il solo che fra di noi parlasse di affari era, come sempre, Luciano. Qualche cosa nelle sue parole suonò all’orecchio di Guido quale una rampogna, che, in presenza di Carmen, gli era difficile di sopportare. Ma altrettanto difficile era difendersene, perchè Luciano aveva le prove che un affare ch’egli aveva consigliato mesi prima e che da Guido era stato rifiutato, aveva finito col rendere una quantità di denaro a chi se n’era occupato. Guido finì col dichiarare di disprezzare il commercio e asserire che se la fortuna non l’avesse assistito in questo, egli avrebbe trovato il mezzo di guadagnare del denaro con altre attività molto più intelligenti. Col violino, per esempio. Tutti furono d’accordo con lui ed anch’io, ma con la riserva:

— A patto di studiare molto.

La mia riserva gli dispiacque e disse subito che se si trattava di studiare, egli allora avrebbe potuto fare molte altre cose, per esempio, della letteratura. Anche qui gli altri furono d’accordo, ed io stesso, ma con qualche esitazione. Non ricordavo bene le fisonomie dei nostri grandi letterati e le evocavo per trovarne una che somigliasse a Guido. Egli allora urlò:

— Volete delle buone favole? Io ve ne improvviso come Esopo!

Tutti risero, meno lui. Si fece dare la macchina da scrivere e, correntemente, come se avesse scritto sotto dettatura, con gesti più ampi di quanto esigesse un lavoro utile alla macchina, stese la prima favola. Porgeva già il foglietto a Luciano, ma si ricredette, lo riprese e lo rimise a posto nella macchina, scrisse una seconda favola, ma questa gli costò più fatica della prima tanto