Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/380

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che dimenticò di continuare a simulare con gesti l’ispirazione e dovette correggere il suo scritto più volte. Perciò io ritengo che la prima delle due favole non sia stata sua e che invece la seconda sia veramente uscita dal suo cervello di cui mi sembra degna. La prima favola diceva di un uccelletto al quale avvenne d’accorgersi che lo sportellino della sua gabbia era rimasto aperto. Dapprima pensò di approfittarne per volar via, ma poi si ricredette temendo che se, durante la sua assenza, lo sportellino fosse stato rinchiuso egli avrebbe perduta la sua libertà. La seconda trattava di un elefante ed era veramente elefantesca. Soffrendo di debolezza alle gambe, il grosso animale andava a consultare un uomo, celebre medico, il quale al vedere quegli arti poderosi gridava: — Non vidi giammai delle gambe tanto forti.

Luciano non si lasciò imporre da quelle favole anche perchè non le capiva. Rideva abbondantemente, ma si vedeva che gli sembrava comico che una cosa simile gli fosse presentata come commerciabile. Rise poi anche per compiacenza quando gli fu spiegato che l’uccellino temeva di essere privato della libertà di ritornare in gabbia e l’uomo ammirava le gambe per quanto deboli dell’elefante. Ma poi chiese:

— Quanto si ricava da due favole cosi?

Guido fece da uomo superiore:

— Il piacere d’averle fatte eppoi, volendo farne di più, anche molti denari.

Carmen invece era agitata dall’emozione. Domandò il permesso di poter copiare quelle due favole e ringraziò riconoscente quando Guido le offerse in dono il foglietto ch’egli stesso aveva scritto dopo di averlo anche firmato a penna.