Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/381

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Che cosa c’entravo io? Non avevo da battermi per l’ammirazione di Carmen della quale, come ho detto, non m’importava nulla, ma ricordando il mio modo di fare, devo credere che anche una donna che non sia rilevata dal nostro desiderio possa spingerci alla lotta. Infatti non si battevano gli eroi medioevali anche per donne che non avevano mai viste? A me quel giorno avvenne che i dolori lancinanti del mio povero organismo improvvisamente si facessero acuti e mi parve di non poterli attenuare altrimenti che battendomi con Guido facendo subito delle favole anch’io.

Mi feci consegnare la macchina ed io veramente improvvisai. Vero è che la prima delle favole che feci, stava da molti giorni nel mio animo. Ne improvvisai il titolo: «Inno alla vita». Poi, dopo breve riflessione, scrissi di sotto: «Dialogo». Mi pareva più facile di far parlare le bestie che descriverle. Così nacque la mia favola dal dialogo brevissimo:

Il gamberello meditabondo: La vita è bella ma bisogna badare al posto dove ci si siede.

L’orata, correndo dal dentista: — La vita è bella ma bisognerebbe eliminarne quegli animalucci traditori che celano nella carne saporita il metallo acuminato.

Ora bisognava fare la seconda favola ma mi mancavano le bestie. Guardai il cane che giaceva nel suo cantuccio ed anch’esso guardò me. Da quegli occhi timidi trassi un ricordo: pochi giorni prima Guido era ritornato da caccia pieno di pulci ed era andato a nettarsi nel nostro ripostiglio. Ebbi allora subito la favola e la scrissi correntemente: «C’era una volta un principe morso da molte pulci. S’appellò agli dei che gl’infliggessero una sola pulce, grossa e famelica, ma una