Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/390

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perchè per fare quei pochi passi camminò in mezzo a noi e si prese prima al braccio di Augusta eppoi al mio che subito irrigidii per paura di cedere ad un’antica abitudine di premere ogni braccio femminile che s’offrisse al mio contatto. Sul pianerottolo parlò ancora molto e, avendo ricordato il padre suo, ebbe gli occhi di nuovo umidi, per la terza volta in un quarto d’ora. Quando se ne fu andata, io dissi ad Augusta che quella non era una donna ma una fontana. Benchè avessi vista la malattia di Ada, non vi diedi alcun’importanza. Aveva l'occhio ingrandito; aveva la faccina magra; la sua voce s’era trasformata ed anche il carattere in quell’affettuosità che non era sua, ma io attribuivo tutto ciò alla doppia maternità e alla debolezza. Insomma io mi dimostrai un magnifico osservatore perchè vidi tutto, ma un grande ignorante perchè non dissi la vera parola: Malattia!

Il giorno appresso l’ostetrico, che curava Ada, domandò l’assistenza del dottor Paoli il quale subito pronunziò la parola ch’io non avevo saputo dire: Morbus Basedowii. Guido me lo raccontò descrivendomi con grande dottrina la malattia e compiangendo Ada che soffriva molto. Senz’alcuna malizia io penso che la sua compassione e la sua scienza non fossero grandi. Assumeva un aspetto accorato quando parlava della moglie, ma quando dettava delle lettere a Carmen manifestava tutta la gioia di vivere e insegnare; credeva poi che colui che aveva dato il suo nome alla malattia fosse il Basedow ch’era stato l’amico di Goethe, mentre quando io studiai quella malattia in un’enciclopedia, m’accorsi subito che si trattava di un altro.

Grande, importante malattia quella di Basedow! Per