Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/397

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non scorgere che la porta della mia soffitta veniva aperta pian pianino e ne sporgeva la testa chiomata e bianca di Basedow con quella sua faccia fra timorosa e minacciosa. Ne vidi anche le gambe malsicure e il povero misero corpo che il mantello non arrivava a celare. Arrivai a correre via, ma non so se per precedere Ada o per fuggirla.

Ora pare che trafelato io mi sia destato nella notte, e nell'assopimento abbia raccontato tutto o parte del sogno ad Augusta per riprendere poi il sonno più tranquillo e più profondo. Credo che nella mezza coscienza io abbia seguito ciecamente l’antico desiderio di confessare i miei trascorsi.

Alla mattina, sulla faccia di Augusta, c’era il cereo pallore delle grandi occasioni. Io ricordavo perfettamente il sogno, ma non esattamente quello che gliene avessi riferito. Con un aspetto di rassegnazione dolorosa essa mi disse:

— Ti senti infelice perchè essa è malata ed è partita e perciò sogni di lei.

Io mi difesi ridendo ed irridendo. Non Ada era importante per me, ma Basedow, e le raccontai dei miei studi e anche delle applicazioni che avevo fatte. Ma non so se riuscii di convincerla. Quando si viene colti nel sogno è difficile di difendersi. E’ tutt’altra cosa che arrivare alla moglie freschi freschi dall’averla tradita in piena coscienza. Del resto, per tali gelosie di Augusta, io non avevo nulla da perdere perchè essa amava tanto Ada che da quel lato la sua gelosia non gettava alcun’ombra e, in quanto a me, essa mi trattava con un riguardo anche più affettuoso e m’era anche più grata di ogni mia più lieve manifestazione di affetto.