Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/406

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Egli assentì vivamente. Si sentiva tanto bene nella parte che io gli attribuivo, da dimenticare il suo dolore per il cattivo bilancio. Dichiarò:

— Io sono il solo responsabile. Tutto porta il mio nome ed io non ammetterei neppure che altri accanto a me volesse addossarsi delle responsabilità.

Ciò andava benissimo per essere riferito ad Augusta, ma molto di più di quanto io avevo domandato. E bisognava vedere l’aspetto ch’egli assumeva facendo quelle dichiarazioni: invece di un mezzo fallito sembrava un apostolo! S’era adagiato comodamente sul suo bilancio passivo e da lì diventava il mio padrone e signore. Questa volta come tante altre nel corso della nostra vita in comune, il mio slancio d’affetto per lui fu soffocato dalle sue espressioni rivelanti la spropositata stima ch’egli faceva di sè stesso. Egli stonava. Sì: bisogna dire proprio così; quel grande musicista stonava!

Gli domandai bruscamente:

— Vuoi che domani faccia una copia del bilancio per tuo padre?

Per un momento ero stato in procinto di fargli una dichiarazione ben più rude dicendogli che subito dopo chiuso il bilancio io mi sarei astenuto dal frequentare il suo ufficio. Non lo feci non sapendo come avrei impiegate le tante ore libere che mi sarebbero rimaste. Ma la mia domanda sostituiva quasi perfettamente la dichiarazione che m’ero rimangiata. Intanto gli avevo ricordato ch’egli in quell’ufficio non era il solo padrone.

Si dimostrò sorpreso delle mie parole perchè gli parevano non conformi a quanto fino ad allora, col mio evidente consenso, s’era parlato e, col tono di prima, mi disse: