Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/420

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mi sembrava di far troppo onore a Guido paragonandolo a me:

Nn occorre mica essere un chimico per saper distruggere questo nostro organismo ch’è anche troppo sensibile. Non c’è quasi ogni settimana, nella nostra città, la sartina che ingoia la soluzione di fosforo preparata in segreto nella sua povera stanzetta, e da quel veleno rudimentale, ad onta di ogni intervento, viene portata alla morte con la faccina ancora contratta dal dolore fisico e da quello morale che subì la sua animuccia innocente?

Augusta non ammetteva che l’anima della sartina suicida fosse tanto innocente, ma, fatta una lieve protesta, ritornò al suo tentativo d’indurmi a quella visita. Mi raccontò che non dovevo temere di trovarmi in imbarazzo. Essa aveva parlato anche con Guido il quale aveva trattato con lei con tanta serenità come se egli avesse commessa l’azione più comune.

Uscii di casa senza dare la soddisfazione ad Augusta di mostrarmi convinto delle sue ragioni. Dopo lieve esitazione mi avviai senz’altro a compiacere mia moglie. Per quanto breve fosse il percorso, il ritmo del mio passo m’addusse ad una mitigazione del mio giudizio sul conto di Guido. Ricordai la direzione segnatami dalla luce che pochi giorni prima aveva illuminato il mio animo. Guido era un fanciullo, un fanciullo cui avevo promessa la mia indulgenza. Se non gli riusciva di ammazzarsi prima, anche lui prima o poi sarebbe arrivato alla maturità.

La fantesca mi fece entrare in uno stanzino che doveva essere lo studio di Ada. La giornata era fosca e il piccolo ambiente, con la sola finestra coperta da una fitta tenda, era buio. Sulla parete v’erano i ritratti dei

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