Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/439

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in faccia da madre natura bizzarra. Le sue piccole mascelle non combaciavano esattamente e fra di esse, da una parte della bocca, era rimasto un buco nel quale abitava stereotipata la sua ironia. Forse per conformarsi alla maschera da cui non sapeva liberarsi che allorquando sbadigliava, egli amava deridere il prossimo. Non era affatto uno sciocco e lanciava delle frecciate velenose, ma di preferenza agli assenti.

Ciarlava molto ed era immaginoso specie per affari di Borsa. Parlava della Borsa come se si fosse trattato di una sola persona ch’egli descriveva trepidante per una minaccia o addormentata nell’inerzia e con una faccia che sapeva ridere e anche piangere. Egli la vedeva salire la scala dei corsi ballando o scenderne a rischio di precipitare, eppoi l’ammirava come accarezzava un valore, come ne strangolava un altro, oppure anche come insegnava alla gente la moderazione e l’attività. Perchè solo chi aveva del senno poteva trattare con lei. V’erano tanti di quei denari sparsi per terra in Borsa, ma chinarsi a raccogliergli non era facile.

Lo lasciai attendere dopo di avergli offerta una sigaretta e mi diedi da fare con certa corrispondenza. Dopo un po’ di tempo egli si stancò e disse che non poteva restare di più. Del resto era venuto solo per raccontare a Guido che certe azioni dallo strano nome di Rio Tinto e di cui egli e Guido aveva consigliato l’acquisto il giorno prima — si, proprio ventiquattr’ore prima — erano quel giorno balzate in alto di circa il dieci per cento. Si mise a ridere di cuore.

— Intanto che noi parliamo qui, ossia che io attendo, il dopo-Borsa avrà fatto il resto. Se il signor Speier ora volesse comperare quelle azioni chissà a quale prez-