Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/438

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pena a pena rispondeva al saluto mio. Me ne preoccupai un poco perchè la mia cute è molto sensibile ed è facilmente scalfita. Ma che farci? Forse m’aveva scoperto nell’ufficio di Guido ove gli pareva occupassi un posto di subalterno e mi spregiava perciò, o, con stessa probabilità, si poteva supporre ch’essendo morto un suo zio e lasciatolo indipendente sensale di Borsa, fosse montato in superbia. Nei piccoli ambienti ci sono frequentemente di simili relazioni. Senza che ci sia stato un atto nemico, ci si guarda un bel giorno con avversione e disprezzo.

Fui sorpreso perciò di vederlo entrare nell’ufficio, ove mi trovavo solo, e domandare di Guido. S’era levato il cappello e m’aveva porta la mano. Poi s’era subito abbandonato con grande libertà su una delle nostre grandi poltrone. Io lo guardai con interessamento. Non lo avevo visto da anni tanto da vicino ed ora, con l’avversione che mi manifestava, si era conquistata la mia più intensa attenzione.

Egli aveva allora circa quarant'anni ed era ben brutto per una calvizie quasi generale interrotta da un’oasi di capelli neri e fitti alla nuca e un’altra alle tempie, la faccia gialla e troppo ricca di pelle ad onta del grosso naso. Era piccolo e magro e si ergeva come poteva, tanto che quando parlavo con lui mi sentivo un lieve dolore simpatico al collo, la sola simpatia che provassi per lui. Quel giorno mi parve che si trattenesse dal ridere e che la sua faccia fosse contratta da un’ironia o da un disprezzo che non poteva ferire me, visto ch’egli m’aveva salutato con tanta gentilezza. Invece poi scopersi che quell’ironia gli era stata stampata