Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/456

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questo non era il momento di dormire perchè bisognava affrettarsi di vedere come si avrebbe potuto correre ai ripari. C’era da calcolare e discutere con tutti i membri della nostra famiglia e quelli della sua di Buenos Aires.

Guido si mise a sedere. Era ancora un po’ sconvolto di essere stato destato a quel modo. Mi disse amaramente:

— Avresti fatto meglio di lasciarmi dormire. Chi vuoi che ora m’aiuti? Non ricordi a quale punto dovetti giungere l’altra volta per avere quel poco di cui abbisognavo per salvarmi? Adesso si tratta di somme considerevoli! A chi vuoi mi rivolga?

Senza nessun affetto e anzi con l’ira di dover dare e privare me e i miei, esclamai:

— E non ci sono anch’io qui? — Poi l’avarizia mi suggerì di attenuare da bel principio il mio sacrificio:

— Non c’è Ada? Non c’è nostra suocera? Non possiamo unirci per salvarti?

Egli si levò e mi si appressò con l’evidente intenzione di abbracciarmi. Ma era proprio questo ch’io non volevo. Avendogli offerto il mio aiuto, avevo ora il diritto di rampognarlo, e ne feci l’uso più largo. Gli rimproverai la sua attuale debolezza eppoi anche la sua presunzione durata fino a quel momento e che l’aveva tratto alla rovina. Aveva agito di propria testa non consultandosi con nessuno. Tante volte io avevo tentato di avere sue comunicazioni per trattenerlo e salvarlo ed egli me le aveva rifiutate serbando la sua fiducia per il solo Nilini.

Qui Guido sorrise, proprio sorrise, il disgraziato! Mi disse che da quindici giorni egli non lavorava più