Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/468

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mi fosse stato chiesto di consegnare il denaro che dicevo di avere con me, e allora che figura ci avrei fatta? Dissi che avevo degli affari urgenti in ufficio e corsi via.

Ada m’accompagnò alla porta e m’assicurò ch’essa avrebbe indotto Guido di venire lui da me per ringraziarmi della mia bontà e per rifiutarla. Fece tale dichiarazione con tale risolutezza che io trasalii. A me parve che quel fermo proposito andasse a colpire in parte anche me. No! In quel momento essa non mi amava. Il mio atto di bontà era troppo grande. Schiacciava la gente su cui s’abbatteva e non c’era da meravigliarsi che i beneficati protestassero. Andando all’ufficio cercai di liberarmi del malessere che m’aveva dato il contegno di Ada, ricordando che io portavo quel sacrificio a Guido e a nessun’altro. Che c’entrava Ada? Mi ripromisi di farlo sapere ad Ada stessa alla prima occasione.

Andai all’ufficio proprio per non avere il rimorso di aver meditato una volta di più. Nulla mi vi attendeva. Cadeva dalla mattina una pioggerella minuta e continua che aveva rinfrescata considerevolmente l’aria di quella primavera esitante. In due passi sarei stato a casa, mentre per andare all'ufficio dovevo percorrere una strada ben più lunga ciò ch’era abbastanza fastidioso. Ma mi pareva di dover corrispondere ad un impegno.

Poco dopo vi fui raggiunto da Guido. Allontanò dall’ufficio Luciano per restare solo con me. Aveva quel suo aspetto sconvolto che l’aiutava nelle sue lotte con la moglie e che io conoscevo tanto bene. Doveva aver pianto e gridato.

Mi domandò che cosa mi paresse dei progetti di sua moglie e di nostra suocera ch’egli sapeva m’erano già stati comunicati. Gli parvi esitante. Non volevo dire la

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