Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/492

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

489

domandai io piangendo a calde lacrime per far sentire a lei e a me stesso la mia innocenza. Le lacrime sostituiscono talvolta un grido. Io non volevo gridare ed ero persino dubbioso se dovessi parlare. Ma dovevo soverchiare le sue asserzioni e piansi.

— Salvarlo, caro fratello! Io o tu, noi si avrebbe dovuto salvarlo. Io invece gli stetti accanto e non seppi farlo per mancanza di vero affetto e tu restasti lontano, assente, sempre assente finchè egli non fu sepolto. Poi apparisti sicuro armato di tutto il tuo affetto. Ma, prima, di lui non ti curasti. Eppure fu con te fino alla sera. E tu avresti potuto immaginare, se di lui ti fossi preoccupato, che qualche cosa di grave stava per succedere.

Le lagrime m’impedivano di parlare, ma borbottai qualche cosa che doveva stabilire il fatto che la notte innanzi egli l’aveva passata a divertirsi in palude a caccia, per cui nessuno a questo mondo avrebbe potuto prevedere quale uso egli avrebbe fatto della notte seguente.

— Egli abbisognava della caccia, egli ne abbisognava! — mi rampognò essa ad alta voce. Eppoi, come se lo sforzo di quel grido fosse stato soverchio, essa tutt’ad un tratto crollò e s’abbatte priva di sensi sul pavimento.

Mi ricordo che per un istante esitai di chiamare la signora Malfenti. Mi pareva che quello svenimento rivelasse qualche cosa di quanto aveva detto.

Accorsero la signora Malfenti e Alberta. La signora Malfenti sostenendo Ada mi domandò:

— Ha parlato con te di quelle benedette operazioni