Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/495

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— Non fu amato da nessuno, il poverino!

Al momento d’imbarcarsi con in braccio uno dei suoi bambini lievemente indisposto, essa mi baciò. Poi, in un momento in cui nessuno ci stava accanto essa mi disse:

— Addio, Zeno, fratello mio. Io ricorderò sempre che non seppi amarlo abbastanza. Devi saperlo! Io abbandono volentieri il mio paese. Mi pare di allontanarmi dai miei rimorsi!

La rimproverai di crucciarsi così. Dichiarai ch’essa era stata una buona moglie e che io lo sapevo e avrei potuto testimoniarlo. Non so se riuscii a convincerla. Essa non parlò più, vinta dai singhiozzi. Poi, molto tempo dopo, sentii che congedandosi da me, essa aveva voluto con quelle parole rinnovare anche i rimproveri fatti a me. Ma so ch’essa mi giudicò a torto. Certo io non ho da rimproverarmi di non aver voluto bene a Guido.

La giornata era torbida e fosca. Pareva che una sola nube distesa e niente minacciosa offuscasse il cielo. Dal porto tentava di uscire a forza di remi un grande bragozzo le cui vele pendevano inerti dagli alberi. Due soli uomini vogavano e, con colpi innumeri, arrivavano appena a muovere il grosso bastimento. Al largo avrebbero trovata una brezza favorevole, forse.

Ada, dalla tolda del piroscafo, salutava agitando il suo fazzoletto. Poi ci volse le spalle. Certo guardava verso sant’Anna ove riposava Guido. La sua figurina elegante diveniva più perfetta quanto più si allontanava. Io ebbi gli occhi offuscati dalle lacrime. Ecco ch’essa ci abbandonava e che mai più avrei potuto provarle la mia innocenza.